La foto che non ho fatto

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Dicono che sui social le foto abbiano maggior successo dei testi, in special modo quando sono un po’ verbosi e chiedono più di due minuti di attenzione. Siccome non ci credo fino in fondo, provo a mostrarvi la foto che non ho fatto oggi.

Circa le sei del pomeriggio, pausa sigaretta. Viavai di gente qualsiasi sul marciapiede e lungo la strada, cielo un po’ rischiarato dagli ultimi raggi di sole tra le nuvole ormai portate via dal vento.

Passo a tratti un po’ incerto, cono gelato mezzo sciolto in mano ma anche un po’ colato sulla lunga barba grigia che scende solo dalla punta del mento sin quasi allo sterno, lasciando le guance punteggiate da una peluria incolta.

Sulla testa uno zuccotto colorato e ricamato alla maniera indù dal quale, solo in corrispondenza della nuca, scendono a toccare a malapena le spalle diverse ciocche un po’ color dei turchesi e un po’ della paglia.

Occhialini ovali, con una montatura metallica sottile, incorniciano occhi scuri e brillanti. Altrettanto non si può dire del sorriso, saturo di tabacco e avido di dentifricio.

Con forte accento inglese, quasi come caricatura, chiede candidamente se “è possibile avere un caffé senza pagare”. Poi inizia a raccontar di sé, dettagli casuali, senza un costrutto.

È di Londra, vive in Svizzera da qualche decina d’anni ma gli svizzeri non sembrano piacergli granché perché “loro, se non sanno l’inglese non provano a parlarlo, ascoltano e basta, non parlano “.

Da una borsetta nera da donna, degna di Eta Beta, tira fuori un portafoglio con i suoi documenti perché il suo nome non venga frainteso. Ci tiene anche a far sapere che ha 75 anni.

Borbotta qualcosa di incomprensibile mostrando monili e cianfrusaglie appesi al collo e seminascosti da un giubbotto di jeans di almeno un paio di taglie di troppo. Sotto il tessuto chiaro, una specie di vestaglia (o forse anche di sottoveste), completamente leopardata, si lascia osservare tanto improbabile quanto impalpabile.

Non stupisce quindi che le gambe, magrissime e ossute, siano fasciate dentro calze a rete nere con maglie così grandi che ci potrebbero passare le dita. Dita che non si fa fatica a distinguere, ognuna con smalto di un colore diverso dall’altra.

Il passo leggero di una figura così esile non chiede grande impegno di protezione per le estremità, che si accontentano di un paio di scarpette in tessuto nate per schermare ricci e conchiglie.

La narrazione di sé prosegue e rende gli astanti partecipi delle sue molteplici competenze artistiche: giocoliere e stripteaser sono le uniche che capto tra le mille parole sconclusionate ma non credo di voler approfondire ulteriormente.

All’improvviso estrae uno smartphone, inizia a filmare o scattare (non si capisce), indugia in lungo e in largo per l’incrocio, quasi dimentica la sua borsetta ricolma, e infine decide che deve andar via.

Io non ho fatto foto. Ma gli ho fatto il caffé.

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